La norma della UE entrerà in vigore il 1 gennaio 2018: saranno vietati i sacchetti di plastica che usiamo al supermercato per frutta e verdura.
 

“Era ora che anche l’Italia ci arrivasse, il Kenya, per dire, ha già abolito totalmente le buste di plastica dallo scorso agosto”, commenta Stefano Aliani, responsabile dell’Istituto di Scienze Marine (Ismar) del Cnr a Lerici, che si occupa di plastica in mare dagli anni ’90. “Anche noi ci adeguiamo al resto del mondo”.
 
Un mare di imballaggi
Già da diversi anni i sacchetti in materiale biodegradabile hanno sostituito quelli in plastica per fare la spesa, ma le buste di plastica leggera erano rimaste al loro posto, dandoci l’illusione che fossero chissà perché meno nocive. “In realtà inquinano tanto quanto le altre, ma non si può eliminare di botto tutta la plastica, occorre agire filiera per filiera”, spiega Aliani, “cercando di identificare e risolvere un problema alla volta. Bisogna fare opportune valutazioni economiche ma anche di sicurezza sanitaria prima di eliminare alcuni imballaggi”.
La sensazione per chiunque faccia la spesa è però che la quantità di imballaggi di plastica aumenti invece di diminuire. Allora si tratta di un gioco a somma zero, in cui mettiamo al bando le bustine dell’ortofrutta ma intanto siamo circondati da plastica di altro tipo?
“Ci sono imballaggi che sono indispensabili, altri sono utili ma potremo farne a meno, altri ancora sono futili. Molti di quelli che troviamo al supermercato sono legati esclusivamente al marketing e andrebbero rivisti. Gli imballaggi destinati a conservare, però, sono insostituibili. Un prodotto che arriva, per esempio, dal Sudamerica deve viaggiare imballato, non c’è alternativa. Quello che si può fare semmai è aumentare i percorsi di riciclo. La stessa cassa può viaggiare più volte”.
 
Danni irreversibili
I nostri mari traboccano di plastica, ogni anno pare ne finiscano negli oceani del mondo 8 milioni di tonnellate. Andando avanti di questo passo, secondo l’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, nel 2050 in mare ci sarà più plastica che pesci. Come faremo a porre rimedio a una situazione che sembra già disperata? “Quello che conta è prima di tutto ridurre la cattiva gestione del rifiuto: la plastica non arriva in mare da sola, ma perché è gestita male. Può essere gettata dal bagnante, arrivare da una discarica che percola e perde materiale, oppure la sua provenienza può essere il frutto di attività illegali”, spiega Aliani. Certo enormi volumi di rifiuti inevitabilmente vanno gestiti. E il nostro mare è tra quelli che versano in condizioni peggiori. “Il Mediterraneo è messo male”, conferma l’esperto. “Abbiamo talmente inquinato gli oceani di tutto il mondo che tornare a una situazione precedente non è verosimile. Possiamo però agire localmente”.

Le conseguenze nel frattempo sono dolorosamente note ai biologi marini e non solo. “Vediamo danni a tutte le specie di rettili. Le tartarughe soffocano oppure muoiono di fame, perché hanno la pancia piena di cose che non riescono a digerire”, racconta Aliani. “Per i pesci vale lo stesso discorso”, con la gravante, a voler essere egoisti, che quelli ce li mangiamo, quindi qualsiasi cosa abbiano ingerito ci riguarda da vicino. “La plastica agisce da vettore per diverse sostanze inquinanti che quindi vengono a contatto con gli organismi. Le contiene ed è anche in grado di assorbirle e poi rilasciarle. Parliamo di una quantità di sostanze praticamente infinta”. Ma come può un materiale considerato abbastanza sicuro per stare a contatto diretto con i nostri alimenti, diventare nocivo quando viene rilasciato nell’ambiente? “Qualunque oggetto rimasto al sole o in ambiente marino per, chessò, un paio d’anni, non è più lo stesso di prima”, spiega Aliani. Quello che era innocuo diventa pericoloso.
 
Il sacchetto diventa bio
Al posto dei sacchetti di plastica banditi, da gennaio potremmo pesare i nostri ortaggi usando buste biodegradabili. All’inizio lo saranno al 40% poi al 50% e infine, forse nel 2021, al 60%. Le buste saranno a pagamento ma il loro costo non dovrebbe incidere per più di qualche centesimo su ogni spesa. “Biodegradabile significa che dei batteri o degli organismi di varia natura utilizzano quel materiale”. Il 40% di quel polimero viene utilizzato, il resto no. Sempre meglio il 40% in meno che rimane nell’ambiente”, commenta l’esperto, “ma dobbiamo andare verso il 100%”. L’Italia, tra l’altro, “è all’avanguardia nella produzione dei biopolimeri, un settore in cui c’è tanto da fare. Occorrerebbe inventare un numero di biopolimeri paragonabile al numero di derivati dal petrolio. Per mettere a punto quelli ci abbiamo messo 100 anni, speriamo di fare più in fretta con questi”.

Il prossimo passo è trasformare il rifiuto in risorsa, dargli un valore per cui nel riciclo si produce nuova materia prima, così che sia conveniente riciclare. Il traguardo è arrivare davvero a un’economia circolare. “Se il rifiuto ha valore e non è più un costo: ripesco materie economiche dal rifiuto, più soldi riesco a trarne meglio è per l’ambiente”. Ma nell’Italia delle ecomafie, della terra dei fuochi, quanto è probabile questo scenario virtuoso? “Il problema dell’attività illegale esiste, ma rappresenta una percentuale tutto sommato irrilevante nello scenario globale. Dobbiamo concentrarci sui meccanismi virtuosi perché se diventano più convenienti la terra dei fuochi scompare domani”.

 
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