Il settore fashion ha grande interesse per nuovi modelli di business e strategie d’impiego di vestiti usati e materiali di scarto per nuove fibre.

Sneaker di plastica riciclata pescata negli oceani (Reebook), fibre di cotone recuperate e ritessute (H&M), jeans presi in affitto (Mud) e splendide scarpe con la tomaia ricavata dalle manichette antincendio, riciclate e disaccoppiate (Venethica).
 
Il fashion di massa, la moda mordi e fuggi, può essere davvero circolare? Un fashion, fatto di collezioni nemmeno più stagionali, ma addirittura mensili, che promuove un’immagine sempre più consumista di corpi e tendenze, di vestiti a basso costo usa e getta, anche quando ricicla fibre e tessuti, a torto può dirsi circolare.
La moda è una contraddizione stessa del concetto di economia circolare. Quante volte si sente: “dai, quel vestito è vecchio, buttalo”. Non perché sia consunto o fuori taglia, ma perché lontano dai canoni dell’ultimo trend. La moda è un fattore di obsolescenza programmata indotta. Accelera l’invecchiamento dei capi nel vostro armadio.
«L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100 per cento è una chimera!» afferma Chiara Campione, Senior Corporate Strategist di Greenpeace Italia, che proprio durante la settimana della moda ha lanciato un durissimo attacco contro la finta economia circolare dei grandi brand. «Tessuti di bassa qualità, impiegati in capi di pochi euro che durano al massimo per una stagione sono falsa sostenibilità. Il riciclo in questo tipo di moda ha come unico scopo quello di eliminare il senso di colpa nei consumatori seriali e invogliarli a comprare di più», continua Chiara Campione.
 
A sostegno di un’alternativa meno impattante, all’apertura della Settimana della moda di Milano, Greenpeace ha presentato un report con ben 400 esempi di slow fashion, più sostenibile, responsabile e realmente circolare. Una rassegna di soluzioni già praticate e replicabili in alcuni casi anche dai grandi brand della moda low cost, dalle fibre naturali alla riparazione dei vestiti da parte dei produttori, dalle fibre ricavate dagli scarti agricoli ai vestiti “a noleggio”.
 
«Il nostro scopo è fornire una risposta critica all’economia circolare così come propagandata dai grandi marchi della moda» spiega l’esperta dell’associazione ambientalista. Quindi cosa fare? Tante le soluzioni che emergono dal report, sia di design di prodotto che di business. Come re-introdurre capi più resistenti e durevoli, strategia su cui puntano alcuni brand di qualità come Boggi. «Servono poi oggetti che impieghino materiali che riducano gli impatti ambientali o che sfruttino scarti industriali» sottolinea Campione. Eliminando ad esempio i PFC (composti perfluorati, usati per l’idrorepellenza) che contribuiscono alla contaminazione del suolo e delle acque. Impiegando fibre derivate da sostanze naturali come Vegea, che produce pelle vegetale impiegando le vinacce esauste. Prodotti durevoli e riparabili, come la nota campagna di Patagonia Worn Wear – Better than new, che prevede la possibilità di portare in negozio e vedere riparati giacconi, felpe e pantaloni usati.
 
Dal punto di business invece sono sempre più in voga il buy-back, in altre parole il riacquisto di capi di abbigliamento, e il leasing di jeans e cappotti. Forse solo così si potrà soddisfare la sete di nuovi vestiti, cui la moda ci ha condannato, limitando l’impatto ambientale della produzione di capi d’abbigliamento. In un’ottica veramente di economia circolare.

 
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