Il Regno Unito dev’essere plastic free entro il 2042, dice Theresa May.
 

La prima ministra si è data quindi 25 anni di tempo per raggiungere l’ambizioso l’obiettivo: programma meritevole per alcuni, troppo a lungo termine per altri, primo tra tutti il leader laburista Jeremy Corbyn secondo il quale se la plastica è davvero un’emergenza come la descrive May, quella in eccesso dovrebbe essere tolta di mezzo molto prima.
 
Su le tasse giù i consumi

Quel che è certo è che gli inglesi fanno meno storie di noi italiani quando viene loro chiesto di pagare 5 penny, l’equivalente di circa 6 centesimi, per ogni sacchetto del supermercato. L’idea che la stessa “tassa” verrà estesa a tutti i negozi, quindi, non pare preoccupare i consumatori d’Oltremanica. E sapete perché? Hanno semplicemente cominciato a usarne di meno. Secondo i dati snocciolati dalla stessa May, dall’introduzione del balzello nel 2015 sono stati usati 9 miliardi di sacchetti in meno nel paese.

E anche l’Unione Europea sta pensando di introdurre una tassa sulla plastica per ridurne i consumi e anche per rientrare del buco che proprio l’uscita del Regno Unito creerà nelle casse della UE, stimato in 12-14 miliardi di euro.

Del resto le tasse sono storicamente state di grande aiuto come strumento per limitare i consumi di determinate categorie di prodotti. Funzionano sulle sigarette, basta dare un’occhiata al numero di fumatori in paesi come l’Australia dove un pacchetto costa l’equivalente di 20 euro, sulle bevande zuccherate (dove sono tassate i consumi scendono) e anche sulla plastica. Qualche esempio? Hong Kong ha introdotto un sovrapprezzo di 50 cent per i sacchetti di plastica e il loro uso è crollato del 90%. La Danimarca ha introdotto un’imposta ai dettaglianti sulla distribuzione dei sacchetti di plastica nel 2003. I negozi hanno cominciato a fare pagare per i sacchetti i propri clienti, spingendo così all’uso di borse riutilizzabili. Si stima che questo abbia ridotto a un terzo l’uso di sacchetti di plastica e carta.
 
Irlanda verde in tutti i sensi

Nel 2002, l’Irlanda è diventato il primo paese a imporre una tassa (di 15 centesimi di euro) sui sacchetti di plastica. A quella data il consumo annuale di sacchetti era di 1,2 miliardi, con la “plastax” i consumatori hanno repentinamente cambiato abitudini e già dopo poche settimane i consumi sono crollati del 94%, riducendo il consumo annuale di circa 1 miliardo di sacchetti. Nel primo anno di applicazione della tassa sono stati raccolti quasi 8 milioni di euro, che hanno alimentato un fondo verde per finanziare altre iniziative ambientali. L’imposta è stata poi aumentata a 0,22 euro nel 2007.

Qualcosa di simile è avvenuto in Galles, dove la tassa di 5 penny a sacchetto introdotta nel 2011 ha tagliato del 96% i consumi entro un anno dalla sua introduzione. Sono poi molti i paesi africani che hanno introdotto un sovrapprezzo sui sacchetti, dal Kenya al Sud Africa, dalla Somalia al Botswana e molti altri ancora li hanno invece messi direttamente al bando.
 
Nel mondo aumentano i divieti

Il Bangladesh è un paese molto povero che va soggetto a frequenti inondazioni. Le autorità hanno però capito che la plastica costituiva un’aggravante, nel senso che tappava gli scarichi rendendo le alluvioni assai più devastanti. Così nel 2002 il paese ha introdotto un severo divieto all’uso dei sacchetti. La speranza è di rendere la capitale Dacca una “zona libera dalle inondazioni” entro i prossimi dieci anni. Stessi provvedimenti sono stati presi in India nello stesso anno per identici motivi, anche se l’applicazione del divieto resta problematica.

In Brasile i sacchetti di plastica sono vietati dal 2007, in Cina dal 2008, in Messico dal 2010 vengono multati i negozianti che distribuiscono sacchetti di plastica, in Marocco un bando totale è avvenuto a giugno del 2016. In Olanda dal gennaio dello stesso anno i sacchetti sono vietati, con l’esclusione di quelli che servono per il cibo sfuso, al fine di evitare contaminazioni, ma che devono avere un prezzo di 25 centesimi ciascuno.

Molti Stati e moltissime città degli Stati Uniti hanno introdotto bandi totali ai sacchetti di plastica. Del resto si stima che il paese impieghi 12 milioni di barili di petrolio ogni anno per soddisfare la domanda di buste di plastica: ne vengono buttate via 100 miliardi l’anno.
 
Riciclo al palo

Ogni anno nel mondo si producono 300 milioni di tonnellate di plastica, 8 o 10 dei quali finiscono in mare e vanno a formare, tra le altre cose, le mostruose isole di microplastiche che punteggiano gli oceani. Se il problema numero uno è limitarne la produzione e il consumo, con divieti o con tasse come abbiamo visto, il passo successivo dovrebe essere quello del riciclo. E’ fondamentale evitare che la plastica che abbiamo usato finisca in discarica da dove può poi “percolare” fino al mare, inquinare i terreni e avvelenare l’ambiente, la fauna e finirci anche nel piatto.

Nel mondo si ricicla solo il 14% della plastica consumata. Riuscire a riciclare il restante 86% potrebbe fruttare tra gli 80 e i 120 milioni di dollari l’anno, secondo uno studio della Ellen MacArthur Foundation. Al momento gli imballaggi in plastica generano esternalità negative che una stima prudente dell’Unep calcola in 40 milioni di dollari l’anno.
 
Il voltafaccia della Cina
Il problema è che il più grande riciclatore di plastica del mondo, la Cina, che fino a ieri importava oltre il 70% dei rifiuti plastici provenienti dai paesi industrializzati, da gennaio ha chiuso i battenti. Da oggi in poi la Cina si concentrerà sul riciclo dei propri materiali di risulta, che sono più che sufficienti per soddisfare la domanda interna. Questo prospetta per l’Europa e l’Italia in testa, un problema enorme di smaltimento dei rifiuti plastici raccolti, perché non vi sono da noi strutture sufficienti per il riciclo rispetto alla massa di materiale da riciclare.
 
Ecco spiegato perché tasse e divieti diventano oggi uno strumento ancor più fondamentale per combattere l’inquinamento dovuto alla plastica: riciclarla sta per diventare molto più complicato, perciò è essenziale diminuirne drasticamente i consumi e la produzione, anche con l’impiego di prodotti usa e getta biodegradabili. Con buona pace di chi ancora da noi si lamenta per i due centesimi delle borsine dell’ortofrutta.

 
Approfondisci la notizia su Panorama

G-T6Q5M92WEF